1452, La legittimazione della figlia Pasqua

Nel corso della sua esistenza Guarnerio è sempre accompagnato dalla figlia Pasqua; essa viene legittimata nel 1452, proprio in ragione del matrimonio che contrarrà, subito dopo la legittimazione, con Giovanni, figlio di Bartolomeo Baldana.
Era questi un amico di gioventù di Guarnerio, il quale, dopo un periodo trascorso a Roma con l’incarico di commissario apostolico, era poi tornato in Friuli.
La consuetudine fra i due è testimoniata da una lunga postilla al manoscritto Guarneriano 54: un manoscritto miscellaneo che contiene, fra l’altro, le otto commedie plautine di tradizione medievale, copiato da Guarnerio nel 1436; la postilla, a c. 6r, è vergata nella sua prima parte da Guarnerio, nella seconda e più ampia parte da Bartolomeo; vi vengono elencati luoghi del centro Italia connessi alla cultura e alla geografia del commediografo romano.

Anno del Signore 1452, luglio.
Sempre era vissuto con Pasqua, la figlia amatissima, che tuttavia non aveva legittimato ancora – certo, anche per ragioni di opportunità, cioè in ragione del suo stato presbiteriale, così visibilmente esposto: quante volte, in qualità di Vicario patriarcale, era intervenuto a commendare sanzioni a carico del clero concubinario, di religiosi e religiose che, anziché adottare uno specchiato e rigido regime di vita, accondiscendevano alle loro umane e giovanili passioni… Come se lui di quelle passioni non avesse fatto esperienza, nella sua giovinezza romana: Pasqua era lì, fiore splendido e ingenuo, a ricordargliele…
Era una sera nutrita di voli e profumi: la fanciulla canticchiava nell’attigua stanza; accanto a Guarnerio sedeva Bartolomeo Baldana, fidato amico dai tempi romani. Sfogliavano insieme un manoscritto contenente le Commedie di Plauto.
La figura del commediografo e la vitalità inesauribile delle sue palliate, concepite e rappresentate nelle terre di un Lazio ancora primordiale, suscitarono in entrambi giovanili ricordi, distanti ormai e quasi remoti.
Un po’ per gioco, un po’ sul serio, i due rievocavano luoghi plautini che entrambi avevano conosciuto, perché li avevano visitati quando, nel loro apprendistato alla curia pontificia, si avventuravano attraverso le terre del patrimonio di Pietro. Guarnerio prese una penna, e scrisse sul manoscritto: «Fuit quidem ex Umbria Arsinas, que est in Italia provincia, que nunc dicitur el Patrimonio…»; quindi porse il codice a Bartolomeo, il quale proseguì a scrivere: «Narsina a flumine Narsi dicta, quod est in Umbria, sicuti etiam Nursia est ab eodem flumine nuncupata et similiter Narnea civitas…».
Interruppero il flusso dei ricordi e la scrittura, perché il canto di Pasqua li aveva conquistati. Bartolomeo allora parlò: «Amico, siamo ormai giunti quasi al termine di questo nostro viaggio, occorre guardare a chi ancora ha molta strada da compiere. Pasqua è una fanciulla che adori, non puoi costringerla a una solitudine priva di gioia. Pensa al mio Giovanni, è un ragazzo che ha tanti doni, potrebbe esserle un marito fedele».
Guarnerio non rispose, restava pensoso: l’amico aveva tuttavia ragione. La sua condizione di prelato, tanto riverito e influente, non doveva trattenerlo dal riconoscere i diritti dell’amatissima ragazza.
Fissò l’amico per un istante, e acconsentì.

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